falsi miti sullo psicologo

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I falsi miti sullo psicologo

Ad una cena di metà agosto mi sono ritrovata ad una piacevole tavolata di amici ed “amici di amici”. In questo gruppo baldanzoso c’era un signore particolarmente imbarazzato dalla mia presenza in quanto psicologa, tanto gli è bastato per esprimere il suo imbarazzo nei miei confronti con frasi del tipo: “sicuramente mi starai già analizzando”, “avrai già capito le mie debolezze”, “chissà che idea ti sei fatta di me”. Quella che sembrava essere una canzonatura, è diventato motivo di evidente disagio per questa persona in quell’occasione ed in altre in cui ci siamo incontrati.

Questo episodio mi ha fatto riflettere, un’ennesima volta, sugli stereotipi e le false credenze che aleggiano sulla figura dello psicologo. Purtroppo quando si parla di mente, equilibrio, malessere, chiunque si sente chiamato in causa a dire la propria opinione, a sentirsi “un po’ psicologo” solerte a donare buoni consigli (non richiesti) a chi si trova nella sofferenza.

 

Vi presento di seguito alcune delle dicerie sulla mia figura professionale che più mi hanno fatto sorridere e riflettere (fino ad oggi):

  • “Lo psicologo capisce subito come sei e cosa stai pensando”: lo psicologo è ben differente da un mago, non “indovina” non è dotato di strani trucchi o scorciatoie per affacciarsi sulla personalità di chi ha di fronte, non è questa la sua professione né è questo ciò che gli interessa. Lo psicologo ASCOLTA.
  • “Lo psicologo è come un prete”: tra queste due figure vi è una profonda differenza, il primo non si muove per un mandato divino tantomeno esercita un giudizio che termina in un’assoluzione o in una condanna di chi parla. Mentre lo psicologo nell’ascoltare l’altro “sospende il proprio giudizio” lasciando sempre libertà al paziente, un prete è invece tenuto a formulare un parere preciso, univoco ed indiscutibile in quanto sacro. Potremmo sintetizzare le diversità ricordando che lo psicologo si rifà ad un’etica, il prete ad una morale.
  • “Ce la faccio da solo”: come recita un famoso romanzo “nessuno si salva da solo”, ammettere di avere delle difficoltà e cercare una soluzione efficace è sinonimo di coraggio e di responsabilità verso se stessi e gli altri. Ma perché è quasi impossibile farcela da soli? Perché come scriveva Freud “l’Io non è padrone in casa propria”, ciò significa che i nostri aspetti inconsci che condizionano e dirigono la nostra vita, ci risultano completamente estranei e difficilmente afferrabili. Uno psicologo sufficientemente bravo nell’ascoltare il paziente, punta proprio a questo paradosso: ci crediamo padroni di noi stessi eppure facciamo cose che non vorremmo fare o che ci fanno male.
  • “è troppo piccolo per andare dallo psicologo”: non c’è età per interpellare uno specialista “psi” perché è l’inconscio stesso che non ha età e che quindi può sempre fregarci costituendo un sintomo che ci provoca del malessere. Pensiamo, ad esempio, ai casi di anoressia infantile, enuresi, encopresi, solo per citare alcuni sintomi diffusi tra i piccoli.
  • “lo psicologo è il medico dei pazzi”: la convinzione cha dallo psicologo vadano solo persone non “normali”, con psicopatologie che comportano un certo allentamento dell’esame di realtà è diffusa. Sarebbe interessante indagare il concetto di “normalità”: come non pensare a quando, in caso di omicidio, si intervistano parenti ed amici dell’omicida che rispondono all’unisono “era una persona normale”. Io non avrei fretta, insomma, ad incastrarmi nel circolo dei “NORMALI”.

 

Concludendo, Se doveste andare a scegliere domattina una macchina e vi proponessero due modelli, uno bellissimo e senza spie funzionanti, (sareste quindi certi di non avere mai la scocciatura di spie accese e rumorose ma nemmeno di sapere se c’è qualcosa che non va nella macchina)  l’altro, invece, bellissimo ugualmente ma con le spie funzionanti che potrebbero accendersi in ogni momento per segnalarvi un guasto,

 voi quale scegliereste?

I nostri sintomi, malesseri sono come le spie della macchina: meglio averli in funzione piuttosto che rimanere improvvisamente “a piedi”. Avere una spia accesa non deve abbatterci, ma spingerci a cercare il giusto “meccanico” a cui parlare.

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