Ansia: quando è sana e quando diventa un disturbo.

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I disturbi d’ansia, riferendoci a dati ISTAT elaborati dal Ministero della salute, hanno un’incidenza notevole all’interno della popolazione italiana: andiamo dal 5% del disturbo d’ansia generalizzato fino al 13% per la fobia sociale. Il rischio di avere un attacco di panico nel corso della vita è del 3%, anche se il 7% della popolazione ne ha avuto almeno uno. Le donne hanno un’incidenza significativamente più alta rispetto agli uomini per la maggior parte dei disturbi d’ansia dovuta probabilmente al fatto che le donne geneticamente risultano essere più apprensive e più sottoposte a livelli di stress più alti rispetto agli uomini

Chiunque, almeno una volta nella vita, ha sperimentato però uno stato d’ansia: si tratta di episodi di paura, spesso immotivata, caratterizzati da tachicardia, sudorazione improvvisa, tremore, sensazione di soffocamento o di dolore al petto.

Ansia, angoscia, paura, sono emozioni fondamentali nella nostra vita che, in vista di obiettivi importanti, sollecitano il soggetto a dare il meglio di sé ma possono diventare un problema per frequenza ed intensità: quando queste reazioni emotive diventano croniche inducono uno stato di allarme costante che comporta nel nostro corpo una serie di reazioni che interferiscono con il corretto funzionamento dei sistemi immunitario, metabolico e cardiovascolare. Inoltre si possono verificare nel tempo dei veri e propri fenomeni di degenerazione neuronale in zone molto importanti per la memoria e l’orientamento spaziale come l’ippocampo.

Il termine ansia, quindi, indica uno stato affettivo che invade il corpo, ma anche la sua psiche.

Freud individua nell’ansia l’indice di un conflitto interno al soggetto stesso, sottolineando che se da un lato produce un dolore, dall’altro il soggetto non riesce a farne a meno. Tale conflitto è intimamente connesso con l’altro. In psicologia delle masse ed analisi dell’Io, Freud scrive “la contrapposizione tra psicologia individuale e psicologia sociale o delle masse perde gran parte della sua nettezza. La psicologia individuale verte sull’uomo singolo e mira a scoprire per quali tramiti questo cerca di conseguire il soddisfacimento dei propri moti pulsionali. Nella vita psichica del singolo, l’altro è regolarmente presente come modello, come oggetto, come soccorritore, come nemico, pertanto la psicologia individuale è, fin dall’inizio, anche psicologia sociale”.

L’adulto, infatti, accanto a cui il bambino cresce, lungi dall’essere neutrale, è portatore di desideri, che possono essere potenti, ingombranti o addirittura deboli ed inesistenti. È  proprio nella relazione con l’altro che il soggetto incontra qualcosa di traumatico, ovvero un desiderio che gli è estraneo e che, al tempo stesso, porta con sé una domanda: cosa vuole l’Altro da me?

Questa domanda è fondamentale, perché si tratta della domanda alla quale il soggetto cerca di rispondere in un qualche modo nella vita, per collocarsi, per trovare il suo posto. Il desiderio dell’Altro introduce il soggetto alla questione del «Che vuole da me?», interrogativo cruciale che apre la dimensione perturbante della relazione con l’Altro. Lacan, lo psicoanalista francese, si serve della metafora della mantide religiosa, figura inquietante che rappresenta il destino enigmatico che il soggetto può incontrare quando l’Altro manifesta il suo desiderio: immaginiamoci di trovarci davanti ad una mantide religiosa femmina e di indossare la maschera di un animale (senza sapere quale animale). Abbastanza angosciante come situazione?

L’ansia, però, può essere anche reattiva e cioè in risposta ad un trauma,

ad un evento specifico tanto da costituire un vero e proprio  danno psichico, senza una manifestazione esteriore tangibile. Infatti, mentre la lesione fisica lascia un segno evidente, il trauma psichico è caratterizzato da manifestazioni che riguardano appunto la psiche e che spesso non hanno ripercussioni visibili sul corpo del soggetto. Il danno psichico può essere definito come una infermità mentale, una condizione patologica di sovvertimento della struttura psichica nei rapporti tra rappresentazione ed esperienza, ricordi e vita vissuta, emozioni e concetti che le esprimono. La menomazione psichica consiste, quindi, nella riduzione di una o più funzioni della psiche. In modo estremamente schematico si può dire che il danno psichico si manifesta in una alterazione della integrità psichica, ovvero una modificazione qualitativa e quantitativa delle componenti primarie psichiche, come le funzioni mentali primarie, l’affettività, i meccanismi difensivi, il tono dell’umore, le pulsioni.

Come uscire dall’ansia?

Ci vorrebbe qualcosa che desse al soggetto sia la possibilità di sentirsi accolto ed ascoltato e che contemporaneamente agisse sui circuiti neuronali. Insomma, ci vorrebbe una psicoterapia!

Da Kandel in poi, è stato dimostrato che la psicoterapia non è solo un efficace trattamento psicologico, in grado di indurre dei significativi cambiamenti nella sfera psichica dei soggetti affetti da un disturbo, mutamenti persistenti negli atteggiamenti, nelle abitudini e nel comportamento conscio e inconscio, ma che lo fa anche producendo alterazione dell’espressione dei geni che producono mutamenti strutturali nel cervello e, più precisamente, dei cambiamenti nell’attività funzionale di alcune aree del cervello. Alcune ricerche scientifiche evidenziano che la psicoterapia produce modificazioni nel cervello, esattamente come un agente chimico. Negli ultimi anni le neuroscienze hanno studiato approfonditamente quella che viene chiamata plasticità neurale, cioè la capacità del cervello di modificarsi sia durante lo sviluppo che da adulto, a seguito di esperienze e influenze ambientali. Insomma, il nostro cervello ha cioè la possibilità di attivare nuovi circuiti neuronali rispetto ad una specifica funzione, che si sostituiscono a quelli precedentemente utilizzati, ove ciò risultasse necessario o più economico e funzionale per l’adattamento dell’individuo alle circostanze esterne.

 

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